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Aquileia, in prossimità della laguna di Grado, è un elisir d'arte e di storia nonché uno dei siti archeologici più rilevanti del Nord Italia. Le sue origini sono millenarie: è stata un’importante colonia romana - fondata nel 181 a.C. come avamposto militare a salvaguardia dell'Impero - e in seguito divenne sede di un fiorente centro economico, il cui sviluppo fu strettamente legato alla notevole presenza di risorse idriche nelle zone circostanti. Nella parte orientale della città, dove un tempo scorreva il grande fiume Akilis - dal quale la città prende il nome - Natisone-Torre, largo quarantotto metri e navigabile per dieci chilometri, sono visibili i resti dell’antica struttura portuale, che fu costruita nel II sec. a.C. L'abitato odierno gravita intorno alla basilica patriarcale di Santa Maria Assunta - iscritta nella Lista del Patrimonio Mondiale UNESCO - insieme alle rovine dell'attigua area archeologica, che si sviluppa su una superficie di circa 155 ettari e comprende il foro romano, il porto fluviale, i mercati tardoantichi, un edificio termale, dei complessi residenziali e una necropoli, conosciuta come “Sepolcreto”. Le leggende che ruotano attorno alla storia di Aquileia sono diverse e tutte intrise di un'aura di mistero. Alla figura di Attila, condottiero e re degli Unni, risalgono tre racconti: “L'Assedio”, “ Il colle” e “Il pozzo d'oro”. Il primo narra la resistenza di Aquileia contro l'invasione del popolo Unno, ormai prossimo alla ritirata, fino a quando Attila vide levarsi in volo delle cicogne con i loro piccoli, comprendendo che la città era ormai priva di provviste e vicina alla resa. Il secondo racconto descrive la creazione di un colle a opera degli Unni: ai soldati fu ordinato di riempire gli elmi di terra e trasportarla nel punto indicato dal sovrano. Infine, secondo la leggenda del “pozzo d'oro”, gli aquileiesi prima di abbandonare la città in fiamme fecero scavare un pozzo e vi nascosero tutto l'oro, uccidendo poi gli schiavi affinché non rivelassero il luogo prescelto. Fino alla Prima Guerra Mondiale e nei contratti di compravendita compariva la clausola “Ti vendo il campo, ma non il pozzo d'oro”.
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Aquileia, in prossimità della laguna di Grado, è un elisir d'arte e di storia nonché uno dei siti archeologici più rilevanti del Nord Italia. Le sue origini sono millenarie: è stata un’importante colonia romana - fondata nel 181 a.C. come avamposto militare a salvaguardia dell'Impero - e in seguito divenne sede di un fiorente centro economico, il cui sviluppo fu strettamente legato alla notevole presenza di risorse idriche nelle zone circostanti. Nella parte orientale della città, dove un tempo scorreva il grande fiume Akilis - dal quale la città prende il nome - Natisone-Torre, largo quarantotto metri e navigabile per dieci chilometri, sono visibili i resti dell’antica struttura portuale, che fu costruita nel II sec. a.C. L'abitato odierno gravita intorno alla basilica patriarcale di Santa Maria Assunta - iscritta nella Lista del Patrimonio Mondiale UNESCO - insieme alle rovine dell'attigua area archeologica, che si sviluppa su una superficie di circa 155 ettari e comprende il foro romano, il porto fluviale, i mercati tardoantichi, un edificio termale, dei complessi residenziali e una necropoli, conosciuta come “Sepolcreto”. Le leggende che ruotano attorno alla storia di Aquileia sono diverse e tutte intrise di un'aura di mistero. Alla figura di Attila, condottiero e re degli Unni, risalgono tre racconti: “L'Assedio”, “ Il colle” e “Il pozzo d'oro”. Il primo narra la resistenza di Aquileia contro l'invasione del popolo Unno, ormai prossimo alla ritirata, fino a quando Attila vide levarsi in volo delle cicogne con i loro piccoli, comprendendo che la città era ormai priva di provviste e vicina alla resa. Il secondo racconto descrive la creazione di un colle a opera degli Unni: ai soldati fu ordinato di riempire gli elmi di terra e trasportarla nel punto indicato dal sovrano. Infine, secondo la leggenda del “pozzo d'oro”, gli aquileiesi prima di abbandonare la città in fiamme fecero scavare un pozzo e vi nascosero tutto l'oro, uccidendo poi gli schiavi affinché non rivelassero il luogo prescelto. Fino alla Prima Guerra Mondiale e nei contratti di compravendita compariva la clausola “Ti vendo il campo, ma non il pozzo d'oro”.
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